Amarcord – Tutto cominciò al mitico “Leonardo”


Tutto cominciò all’Istituto Leonardo da Vinci, una scuola elitaria di Catania frequentata dalla “crema” della società etnea. Influì il fatto che l’Istituto era davanti alla casa di un mio zio, dove vivevano anche i miei nonni, dove io, orfanello di madre, pranzavo con i miei cugini.
In realtà non imparai molto a scuola, perché non ero una cima, ma quello che accadde nel cortile dell’Istituto, dove nacquero molte iniziative sportive, mi fece imboccare la strada dello sport, che risultò decisiva per la mia vita.


I miei compagni si chiamavano Franco e Franz Faro, Bruno Rossi, Polly Viola (tutti assi del waterpolo nella Jonica Catania, serie A), Ciccio Russo, Paolo Cassì, Mario Torresi, Nino Catara, Giuseppe Petronio ecc. Io non sapevo nuotare e allora partecipavo da cronista in erba alle loro imprese pallanotistiche a Ognina.


Più giovani erano Fabio Bezoari (che successivamente giocò anche nel Pegli) e Giampiero Mughini, diventato famoso, anche per il suo dotto argomentare in tv e per i suoi policromi abiti.


Andai a trovarlo a “Paese Sera” a Roma. Aveva un eccentrico paio di occhiali. Aveva interpretato alcune parti in diversi film: “Ecce Bombo” di Nanni Moretti, “Il mio West” con Leonardo Pieraccioni e “L’allenatore nel pallone” con Lino Banfi.


Abbiamo giocato insieme al calcio e praticato l’atletica. Mughini era soprattutto molto bravo nella ginnastica (anelli, cavallo ecc.).
Fra i compagni di scuola più “grandi” c’erano il figlio del rettore dell’Università Sanfilippo, il futuro diplomatico Claudio Zanghì, quello che sarebbe diventato l’editore Mario Ciancio, Tony Zermo grande cronista e poi ingegneri, illustri clinici, magistrati ecc. Non odiatemi se vi ho dimenticato.


Andai a vivere lontano perché costretto a cercare pane e celebrità altrove, ma in occasione di rare feste, cene, premiazioni catanesi ecc. a cui sono stato invitato, ho rivisto con piacere molti ex compagni del Leonardo da Vinci che sono diventati davvero importanti, anche all’estero.
Enzo Torresi, per esempio, un giorno arrivò dagli Stati Uniti per una riunione fra compagni di scuola, con l’aereo personale: era uno dei tycoon di Silicon Valley.


Giovanni Parasiliti, imprenditore e costruttore, ha lavorato in Italia e all’Estero e ha collezionato automobili sportive. Me ne ha fatto vedere una cinquantina, al Museo Mogam di Catania, fra cui due Ferrari di Formula 1 che erano state guidate da Raikkonen e De Adamich.


Qualcuno dei miei compagni è diventato principe del Foro di Milano, qualche altro ingegnere alla Fiat e, insomma, molti hanno fatto belle carriere. Più di me, intento a infilarmi fra le pieghe del giornalismo: sono arrivato solo a fare l’inviato speciale della Rai e mi dimisi quando mi nominarono caporedattore perché le scrivanie non facevano per me. Figurarsi: dovevo mettere in riga Bruno Pizzul ecc. Andai alla tv svizzera.
Io sono stato travolto dalla celebrità per futili motivi, ma non digerisco di essere etichettato “chiddu do’ palluni”, perchè ho fatto un centinaio di documentari non sportivi e, in fondo, ho intervistato Nelson Mandela, Sofia Loren, Henri Kissinger, Bettino Craxi, attori e politici di varia taglia.
Sono stato sempre un irrequieto e ho cambiato undici volte lavoro, facendo tv anche negli Usa e in Svizzera. Ultima fermata Italpress.


Tornando aI Leonardo da Vinci, era fra le poche scuole a disporre di un cortile e di una palestra per la pratica sportiva nell’edificio di viale Vittorio Veneto. Io portai i miei compagni a giocare anche fuori dall’Istituto, fondando la “Giampiero Combi” di cui ero presidente per… acclamazione. Organizzavo alche pullman per seguire il Catania in trasferta. Ci portavamo fratel Remigio.


L’U.S. Combi era una società polisportiva che partecipò ai campionati di calcio (e altro) del Csi dove si giocava in undici e non in sette, come nel cortile del “Leonardo”.


Quando arrivavamo al campetto spesso fangoso dell’aeroporto, dove si giocava, in tuta perché non c’erano spogliatoi, elegantini e qualcuno in auto, volava qualche insulto e qualche pernacchia.
Per procurarmi una coppa da dare ai vincitori del torneo interno, mi presentai al cospetto di Orazio Zaccà, titolare di un negozio di articoli sportivi, armi ecc., che forniva agli alunni del Leonardo della scuola tute e abbigliamento sportivo per il saggio ginnico che si teneva nel cortile dell’Istituto, a fine anno, cui partecipavano le autorità in pompa magna.


C’era anche il giorno della premiazione, quando venivano distribuite medaglie a tutti e io ricevevo sempre patacche di bronzo, il minimo sindacale. Ricordo che era un continuo baciare la mano dell’arcivescovo, una sequela d’inchini, mentre tutti gli alunni erano sulle tribune di legno e intrattenevano il gentile pubblico cantando “Va pensiero” del Nabucco di Verdi, “Toreador” della Carmen di Bizet o qualche altra aria.
Zaccà, che amava esibirsi anche come tenore, apprezzava le attività sportivo-canterine del “Leonardo” e aveva conoscenze nella stampa etnea. Mi spedì così alla redazione sportiva del “Corriere di Sicilia”, uno dei quotidiani catanesi del dopoguerra (c’erano anche il più importante La Sicilia, Espresso Sera e L’Isola) per dare degna pubblicità all’avvenimento e alla sua coppa…


Il “Corriere di Sicilia” non godeva finanziariamente di grande solidità, ma vi lavoravano Lino Serrano, Giuseppe Settineri, Giuseppe Garozzo, Saretto Magrì, Mario Petrina, Romano Cargnel ecc. che in seguito si affermarono come giornalisti.


Il capo dello sport era Saverio Lajacona che si firmava Wladimiro Greck perchè di giorno era dirigente bancario e la sera andava a dirigere la redazione sportiva per passione. Lajacona, papà di Franz, che poi conobbi alla “Gazzetta dello Sport”, mi ascoltò pazientemente e mi disse: «Scriva un articolo sul campionato della scuola, metta molti particolari e tanti nomi, perché dobbiamo vendere qualche copia…».
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, quando un giorno di dicembre del 1958 apparve il mio primo articolo, che ho conservato orgogliosamente per oltre sessant’anni. Poi passai a “La Sicilia”, ma mentre andavo a scuola la sera feci il correttore di bozze e poi il collaboratore sportivo, prima di passare a “La Sicilia”.


Fratel Oreste Testa, un direttore che tirava schiaffi a chi sgarrava, facendo un saltello per colpire i più alti, mi fece bocciare per la condotta. Invece di andare al doposcuola (due ore di Italiano e Educazione fisica) con alcuni compagni di classe preferimmo Italia-Belgio alla tv. La strada era segnata: lo sport sarebbe stato il mio pane. E spero che da lassù Oreste Testa sia contento di avermi indotto a lasciare il “Leonardo”.
Ripetei un anno, la seconda liceo, e il professore di chimica Patanè mi diceva: «L’anno scorso ti ho messo sei, quest’anno non posso bocciarti, sarebbe una contraddizione. Quindi non ti interrogo.


Incassata una promozione di… comodo, andai al Cutelli dove conobbi mia moglie che mi aiutò a ottenere la maturità, l’unico titolo “accademico” in mio possesso, oltre a quello di giornalista professionista. La Laurea “honoris causa” alla Colombia University di New York in scienza delle comunicazioni me la diedero per meriti giornalistici.


Il resto è storia delle tante avventure di globetrotter per le strade del mondo.

Franco Zuccalà

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